La collezione primavera-estate part I

Inizio a sporcare le pagine del nuovo Loud Notes con i dischi (recentissimi, recenti, tremendamente vecchi) che hanno allietato e/o afflitto questi lunghi mesi di lavoro editoriale.

AA.VV. – The Best of Studio One (Heartbeat, 2006): ho ascoltato un casino di reggae quest’estate (un po’ come tutte le estati), e questo è stato uno dei cosi che ha girato di più sul coso. Una compilation bellissima, calda e appassionata, un monumento al roots reggae. Ascolta.

Ancient Sky – Mosaic (Wharf Cat, 2015): zitti zitti, dopo tre album niente male, gli Ancient Sky hanno sfornato il discone. La roba è sempre quella, heavy-psych dalle tendenze spaziali, ma stavolta hanno lasciato a casa i pipponi strumentali, hanno chiamato un produttore bravo (Ben Greenberg, do you know him?) e l’intensità di questi mantra psichedelici è schizzata alle stelle. Bravi.

Black Uhuru – Sinsemilla (Mango/Universal, 1980): ancora reggae. Uno dei dischi capolavoro degli Uhuru di Michael Rose, con Sly & Robbie che si divertono un mondo davanti e dietro il mixer.

The Congos – Heart of the Congos (Black Art, 1977): capolavoro assoluto del roots reggae, un’estasi di linee vocali che si incrociano perfettamente sugli arrangiamenti di quel geniaccio di Lee Perry. Assaggino.

Crime – Hot Wire My Heart/Baby You’re So Repulsive 7″ (Crime, 1976): classico anthem del primo punk di Frisco inciso sul lato A (coverizzato nientemeno che dai Sonic Youth su uno dei loro capolavori degli anni ’80, Sister), una roba che, se amate il punk, dovete conoscere come le unghie del vostro piede sinistro.

David Bowie – Low (RCA, 1977): e qui che cazzo scrivo in tre righe? Insomma, lo conoscete no?

The Ex – Dizzy Spells (Touch & Go/Vicious Circle/Ex, 2001): e che ve lo dico a fare?

Faith No More – Sol Invictus (Reclamation, 2015): ero scettico, lo ammetto. E invece alla fine il ritorno dei Faith No More mi ha convinto. Mica che siamo ai livelli dei primi anni ’90, pro caridade, però i tiponi sembrano sapere ancora il fatto loro, e si sono saputi reinventare alla soglia dell’anzianità. Non male davvero.

The Feelies – Crazy Rhythms (Stiff, 1980): un disco che avevo ascoltato distrattamente tanto tempo fa e che per fortuna ho deciso di riprendere in mano. L’esordio dei Feelies è un doppio concentrato di genialità art-pop e new wave condita da una generosa spruzzata di ritmiche nervose e a tratti tribali. Interessanti le cover di Beatles (Everybody’s Got Something To Hide Except Me and My Monkey) e Rolling Stones (Paint It Black).

Getatchew Mekuria & The Ex – Moe Anbessa (Terp, 2006): un incontro davvero fortunato quello tra il vecchio jazzista etiope e il collettivo post-punk olandese. Fortunato per loro e per noi, che ci becchiamo un album stupendo, che regala assalti jazz-punk e sinuose suite african-jazz senza farsi mai pregare.

High On Fire – Luminiferous (eOne, 2015): ecco, secondo me il metal dovrebbe suonare così.

The Jam – About The Young Idea, The Very Best of The Jam (Polydor, 2015): «Absolutely, categorically, fucking NO», risponde Weller a chi gli chiede della possibilità di una reunion dei Jam. “The young idea”, entienden?

Julian Cope – Trip Advizer: The Very Best of Julian Cope 1999-2014 (Lord Yatesbury, 2015): la compila degli ultimi quindici anni di elucubrazioni rivoluzionario-psichedeliche dell’irraggiungibile Reverendo Cope.

King Gizzard & The Lizard Wizard – Quarters! (Flightless/Castle Face, 2015): la band con il nome più stronzo di tutti i nomi stronzi. Prolifica quanto un incrocio tra Frank Zappa e Ty Segall (viaggiano a un ritmo di 2 album all’anno da circa 3 anni; prossimamente nelle vostre casse Paper Mache Dream Balloon). Disco assurdo, questo Quarters!, composto da 4 pezzi lunghi 10 minuti e 10 secondi all’uno (non vi sto prendendo per il culo) e neanche uno che sembri tirato per i capelli.

The King Khan & The BBQ Show – Bad News Boys (In The Red, 2015): l’album più divertente nel 2015, potete scommetterci la vostra stracazzo di famiglia tradizionale. Ecco.

The Last Killers – Dangerous (Closer, 2015): se facciamo finta che Cookin Inside non sia una copiascopiazzata di Touch Me I’m Sick dei Mudhoney (tanto valeva fare la cover no?) beh, è un bel dischetto di adrenalina punk’n’roll. Anyway, lo trovate in streaming qui.

Leatherface – Razor Blades and Aspirins: 1990-1993 (Fire, 2015): se vi siete fatti sfuggire questa grande punk rock band degli anni ’90, questa bella compilation è il modo giusto per rimediare.

Mark Lanegan – Houston: Publishing Demos 2002 (Ipecac, 2015): tralasciando il pippone su quanto sia bella e profonda ed espressiva la voce di zio Mark, vado dritto al punto e vi dico che questo è il miglior materiale a nome Lanegan dai tempi di Bubblegum (eccristo, era il 2004), una roba che riesce ad asfaltare senza tanta fatica uno qualsiasi dei vostri crooner preferiti degli ultimi anni. Un discone da avere e consumare.

Metz – II (Sub Pop, 2015): altro inflessibile assalto all’arma bianca per il combo canadese, promessa vivente del noise rock mondiale. Niente di nuovo rispetto all’esordio, ma è roba che prende a calci nel culo e fa saltare dalla sedia. Quindi necessaria.

Addio blogspot, benvenuto wordpress

Il vecchio Loud Notes, già fermo da qualche mese, ora è ufficialmente morto. Cioè, fucking dead. Resta online, per il momento, come archivio di quello che ho scritto tra il 2011 e il 2015 (cazzo, quattro anni), ma tutte le attività traslocano sul più indipendente, rosso, minimale e incazzato loudfuckingnotes, quello che state fucking sfogliando.

Il perché del trasloco? 1) Ero stufo di blogspot, avevo voglia di cambiare aria e di iniziare ad affrancarmi da google (perché insomma, gmail, google plus, google drive, google maps, google calendar, manca solo il google cesso, la google moka e il google gattochefalefusa e siamo apposto); 2) Avevo voglia di tornare a scrivere, ma un cazzo di voglia di fare quello che avevo fatto fin qui e, quindi, mi sembrava giusto cambiare casa.

E insomma, rieccomi qua, ci vediamo a breve with a little bit of music.